Gerard Tonti: l’artista americano che dipinge con tè e caffè (intervista)

C’è un’idea comune che questi quadri siano fatti con i colori dell‘acquerello, intingendo il pennello nella tazza del caffè.

Dalla conversazione

Intervista

Questa intervista è stata pubblicata per la prima volta nel 2014 su Bastart.it. Nel frattempo l’artista è riuscito a trovare il modo per impedire al rosso di scolorirsi. Oggi la sua tavolozza di colori è al completo.

Perché hai scelto di fare l’artista?

L’ho sempre desiderato. Ho una laurea in stop-motion e illustrazione presso la Edinboro University della Pennsylvania. Negli ultimi anni mi sbizzarrisco a fare sperimentazioni con tè e caffè: voglio trasformarli in un mezzo espressivo vero e proprio. Di giorno faccio il web designer.

Chi ha avuto la maggiore influenza sulla tua scelta di diventare un artista?

Il nonno con il suo album per schizzi: adoravo sfogliarlo quando ero piccolo. Il nonno lavorava all’acciaieria ma disegnava schizzi tutto il tempo. Il fatto che lo facesse così bene senza aver frequentato alcuna scuola d’arte, mi meravigliava e mi incuriosiva. L’altro nonno, invece, era un musicista jazz. L’arte e la musica ce li ho nel sangue.

Tè o caffè, qual è più importante nella tua arte?

Ognuno ha un make-up chimico diverso. Nel mio lavoro sono importanti entrambi.

Preferisci tè o caffè?

Sono sempre stato un bevitore di tè. Prima di iniziare questo progetto non avevo mai assaggiato caffè. Adesso mi piacciono entrambi. Il mio tè preferito? Un verde oppure un bianco.

Quante tazze ci vogliono per dipingere un quadro?

La mia è un’arte che consuma litri di tè e caffè. Quante tazze e in quanto tempo, dipende dalle dimensioni del quadro. Per un pittore tradizionale la dimensione non è un problema: può lavorare con un pennello più grande o usare più colore. Per me che creo i miei colori dalle macchie, le dimensioni contano! I quadri della serie Stain in Time sono di circa 80 x 50 pollici: è una superficie piuttosto grande da coprire solo con i pigmenti di tè e caffè. Ci vogliono mesi. Cafè alla Prima, invece, è una serie di disegni più piccoli, creati live. Come? Vado in una coffee house, piazzo giù il mio cavalletto, sistemo gli attrezzi, scelgo il tema e la composizione che mi ispirano. Lavoro sul sito per un paio di ore, poi finisco il disegno a casa. Queste opere sono molto più veloci da realizzare.

Riassumendo, quali sono i passaggi principali nella pittura con tè e caffè?

Si parte dalla creazione del colore, il che significa lunghe ore di infusioni… Dopodiché, con l’aiuto di leganti e additivi la macchia viene fissata nella tinta. Questo passaggio va ripetuto per ogni singolo colore… Ogni tè e caffè è diverso e richiede quindi leganti “personalizzati”.

Conosci il make-up chimico delle foglie e dei chicchi come noi conosciamo le regole del Tea Time. Illuminaci su questo argomento misterioso

I miei primi disegni sono nati utilizzando solo caffè e cicoria. Ho cominciato ad aggiungere un po’ di rooibos per ottenere tinte più calde. Perché il tè dà colore. Mescolando più tè contemporaneamente si ottengono ancora più colori. Ci vuole però tanta attenzione e un tocco di alchimia perché ogni foglia e chicco ha delle intrinseche proprietà chimiche. Faccio un esempio: i chicchi di caffè sono oleosi mentre la gran parte delle foglie di tè non lo sono: il processo di legamento sarà quindi diverso. Il caffè è più acido rispetto al tè. Alcune miscele di tè contengono fiori, bacche, ecc. Per ognuno occorre un legante adeguato. Servono anche gli additivi anti-UV per proteggere i colori dallo scolorirsi, servono gli antiossidanti…

Il Matcha, come si comporta in termini di chimica?

Lavorare con il tè Matcha è come pitturare a tempera: prendi il pigmento secco e lo leghi. Ovvero: fai bollire la polvere nell’acqua, dopodiché aggiungi leganti e additivi fino ad ottenere il colore.

Qual è la tua definizione di macchia?

Tè e caffè sono macchie di natura. Sin dall’antichità sono stati usati per tingere tessuti e carta. Quando dico macchia, parlo di elementi nella loro forma naturale. Il mio lavoro, in sostanza, è estrarre i pigmenti del tè e caffè e trasformarli in un mezzo espressivo, denso abbastanza per poter dipingere.

Ti ricordi del tuo primo quadro? In che condizioni è oggi?

Il primo, chiamato “studio di prova” risale a dieci anni fa ed è realizzato esclusivamente con espresso, caffè e cicoria. Non ci sono molti colori, è in pura seppia… Il quadro è in ottime condizioni, uguale a com’era il giorno in cui lo dipinsi.

Le difficoltà sorgono quando ti metti a lavorare con il tè. È necessario testarlo, sulla tela e sulla carta, esporlo alla luce e all’ossigeno, anche per diversi giorni. Durante queste prove annoto sui miei appunti ogni minimo cambiamento. Solo quando i colori smettono di scolorirsi inizio a dipingere.

Chi sono le tue ispirazioni?

Mi vengono in mente tanti nomi, troppi. Ma i top 8 sono: Lucian Freud, Kathy Kollwitz, Chuck Close, Tim Burton, Edgar Degas, Sherwood Anderson, Henri Cartier-Bresson e Sally Mann.

Hai definito la tua arte un processo fatto di tentativi e errori. Qual è la parte più impegnativa? Quale, invece, la più appagante?

La parte più difficile è il mezzo espressivo in sé, in quanto a volte diventa imprevedibile. Ti dà una sensazione frustrante e appagante insieme. Ti insegna la pazienza e ad apprezzare le cose che accadono per caso. È un mezzo perfetto, per certi versi. Io credo che trovare l’equilibrio tra ciò che puoi controllare e ciò che è fuori dalla tua influenza, faccia parte della gioia del processo artistico. Questo mezzo può essere controllato ma ciò nonostante produce risultati inaspettati ed… emozionanti.