Breve passato del tè wakōcha e premesse per un lungo futuro

Pubblicato sulla rivista italiana “Fogli di tè”, n. 5 di ottobre 2018, autrice Jurga Po Alessi

Il tè nero giapponese è come il cigno nero australiano: esiste, sebbene per molto tempo si credesse il contrario. Sarà perché non ama parlare del proprio passato, e lo capisco: lo fanno nascere in un paese dove per 800 anni non si beve che tè verde!

Si ritrova senza tradizione, senza competenze e a zero mi piace. Passa la gioventù nei tentativi di correggere quello che gli esperti definiscono “carattere debole”. E ogni volta che viene bocciato, il sogno di un tè da prima classe si allontana sempre di più per poi svanire: nel 1971, il governo dà il via libera alle importazioni del tè dall’estero, più economico. Fine del primo episodio.

Secondo episodio: il tè nero giapponese ritorna, trent’anni dopo, con un nuovo nome, Wakōcha, e con una nuova, stavolta vincente strategia: non vuole più imitare tè indiani, cinesi o cingalesi. Ha qualità tutte sue e ne va fiero. I suoi fan crescono a macchia d’olio e pare che stia prendendo piede anche tra gli amanti del tè verde.

Guardare i menù dei green tea restaurant per credere: nel 2017 uno storico locale di Tokyo, rinomato per la birra al tè verde Matcha, inaugura la stagione con una novità: la birra al Wakōcha appunto.

LEGGI ANCHE → Birra al tè verde Matcha: dove assaggiarla e come prepararla in casa (ricetta) 

Ora una domanda sorge spontanea: ma come ha fatto a trasformare i suoi difetti in virtù? Vediamolo insieme, iniziando proprio da quello storico primo passo che il governo Meiji fece nel lontano 1874.

Il Giappone Meiji: paese ricco, esercito forte*… ma tè nero così così

/…/ Siamo nel 1874, il settimo anno Meiji. Il commercio con l’estero, in particolare con gli Stati Uniti, va a gonfie vele. /…/ Esaltato dal successo, il governo Meiji crea un apposito ufficio cui tocca l’arduo compito di sviluppare la produzione del tè nero.

Si parte dall’educazione: volantini, guide e manuali stampati a profusione e distribuiti ai coltivatori tra cui molti alle prime armi in quanto ex-samurai. E come mai, vi chiederete, gli ex-samurai coltivano tè? Perché sono rimasti senza lavoro. Dopo la storica sconfitta del 1868**, lo shōgun Yoshinobu Tokugawa si ritira nella villa di famiglia a Shizuoka lasciando i suoi guerrieri a casa. Alcuni ottengono impieghi nell’amministrazione Meiji, ma altri – e sono tanti, migliaia – seguono l’ex-padrone, sperando in nuove opportunità. /…/

Yoshinobu Tokugawa, l'ultimo shogun
Credits: Wikipedia.

* Fukoku kyōhei, “arricchire il paese, rafforzare l’esercito” è lo slogan della politica Meiji, mirata a trasformare il Giappone in una potenza mondiale.
** La battaglia di Fushimi, nel 1868, segna il crollo dello Shogunato e, di conseguenza, la fine del dominio dei Tokugawa, che durava ininterrotto da circa 250 anni, e la restaurazione del potere imperiale.

Motokichi Tada (1829-1896), il Robert Fortune* dei giapponesi

/…/ L’ex vassallo dei Tokugawa, dopo il crollo dello Shogunato si trasferisce a Shizuoka dove acquista un grande lotto di terra per coltivare tè. La sua maestria non passa inosservata e presto riceve l’invito dal governo Meiji a partecipare alla ricerca sul tè nero.

Tada viaggia nei giardini del tè in Assam e Darjeeling e visita le fabbriche di tè a Calcutta. Ritorna in Giappone nel 1877, munito di semi del tè. Ma non solo: porta con sé anche schizzi dei macchinari agricoli usati nella produzione del tè indiano**. /…/

Intorno al 1881 il tè nero del Giappone comincia a riscuotere i primi successi. Purtroppo non sono sufficienti per reggere la competizione, sempre più spietata, dell’India e dello Sri Lanka. L’idea di esportarlo viene presto abbandonata.

* Esploratore e botanico britannico (1812–1880) che ha rubato i segreti del tè cinese, insieme a diverse migliaia di semi delle varietà più pregiati quali Da Hong Pao.
** Seth, A. (2005), If an Elephant Loses Weight, It Is Still an Elephant. Keio University Press.

Benvenuti nel Novecento: il tè nero (giapponese) è morto, evviva il tè nero (importato)

Nel 1906, sbarcano in Giappone le lattine di Lipton Yellow Label e con loro inizia la storia dei tè di marchi stranieri. /…/ Poi scoppia la Seconda Guerra Mondiale, molti giardini di tè nero vengono convertiti in risaie, mentre l’importazione dei marchi stranieri si interrompe. /…/

È resuscitato! Ah, mi raccomando il nome: ora è wakōcha (ci tengono)

Il lieto fine è roba da Hollywood: i giapponesi preferiscono il lieto seguito. Che arriva infatti trent’anni dopo, nel 2002, con il primo summit nazionale interamente dedicato al tè nero autoctono e rivolto ai produttori, ai buyer e agli appassionati della bevanda. /…/

Oggi il summit – ospitato da una città giapponese diversa ogni anno – riceve migliaia di visitatori. In crescita anche la produzione del Wakōcha: secondo i dati del 2017, è prodotto in 665 località di 45 prefetture*. Chiaro che, rispetto al mercato del tè importato, rimane sempre una piccola nicchia (120 tonnellate contro le 150 mila) ma i giapponesi sono fiduciosi: il futuro, dicono, è Wakōcha**.

Zenkoku-chi kōcha samitto in Minamata jikkō iinkai
** Wakōcha no sokodjikara shinjiru Akasu Jirō

Wakōcha, tè nero giapponese
Questo wakōcha è stato prodotto da Kyoto Obubu Tea Farms. Foto di Jurga Po Alessi.

Perché tutto questo ottimismo? Cosa rende il Wakōcha tanto unico? L’ho chiesto ad un esperto del settore, signor Ian Chun, che da diversi anni collabora con piccoli e medi produttori giapponesi e vende i loro prodotti nel suo negozio online. Uno dei motivi più ovvi, secondo lui, è il continuo calo del mercato del tè verde, Ryokucha. /…/

Ma c’è anche il secondo perché, più interessante ancora, che mi svela il signor Chun. /…/ Chiudiamo la nostra chiacchierata – e la storia di questo affascinante tè – con una lieta nota da parte del mio interlocutore:

“Secondo la mia teoria personale, la coltivazione senza pesticidi – o, perlomeno, con pochissimi pesticidi – permetterà ai giapponesi di realizzare tè davvero unici nei prossimi anni”. Mr. Ian Chun, Yunomi

LEGGI ANCHE → Tea Hero of the Year: Kazuya Matsumoto e la via del tè… naturale 

Potete leggere l’articolo integrale sulla rivista “Fogli di tè”:

  • online su issuu.com/foglidite
  • su PDF scaricabile da dropbox
  • cartacea (per richiederne una copia scrivete a staff@foglidite.it)

Buona lettura e buon tè! 

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