Interview with the tealover: prof. Kazuo Inumaru. Foto di Jurga Po Alessi per Prima Infusione tea blog

Interview with the tealover: Prof. Kazuo Inumaru

Sen no Rikyū e i suoi successori sono stati bravi nell’inserire la cerimonia del tè non una volta l’anno, tipo a Natale o a Pasqua, ma anche una volta al giorno, se te lo puoi permettere. Cioè se puoi permetterti di avere non solo il tempo ma anche l’atteggiamento psicologico interno per fare il maestro del tè.

Alla rubrica 365 Tealovers, un ospite speciale. Conosce il segreto della perfetta tazza di Earl Grey e può parlare per ore del Cha No Yu, raccontandone ogni sfumatura storica, sociologica, estetica ed etica. Amici del tè, vi presento il mio caro professore di lingua giapponese Kazuo Inumaru. L’insegnamento più prezioso ricevuto da lui non era quello di imparare a scrivere il mio nome in katakana, ma quello di abituare l’occhio ad uno sguardo diverso, uno sguardo che sa cogliere il bello e il buono in ogni cosa del quotidiano. Perché, in fondo, il bello è il buono, che si tratti di un atto di volontariato per pulire le strade di una città o di un semplice gesto di offrire una tazza di rinfrescante mugicha… Buona lettura!


Intervista

Raccontaci brevemente chi sei e cosa fai nella vita.

Io sono un giapponese che vive a Milano dal 1954. Ho vissuto i primi 6 anni della mia vita in Giappone, poi fino ai 20 sono stato a Milano, poi 5 anni in Giappone e 3 o 4 anni tra Cambridge, Milano e Parigi dove i miei avevano casa a quel tempo. Sono un antropologo che ha studiato sociologia, so qualcosa di psicologia e poche altre cose. Da 40 anni a questa parte mi occupo di management e di etica, dopo essermi occupato per molto tempo di insegnamento all’università, soprattutto di lingua giapponese. Sono un appassionato di musica classica.

Le tue radici sono importanti per te?

Ritengo di sì anche se, nella mia definizione, le radici sono quelle persone che hai incontrato o quei luoghi che hai vissuto quando eri giovane. Per me le radici sono a Gattico dove andavo spesso, le radici sono in Giappone, molte radici a Milano e qualche cosa in Inghilterra. L’altro giorno, proprio per caso, mi ha contattato una signora che conobbi cinquant’anni fa in montagna, dove andavo in vacanza. Sono caduto dalle nuvole, ma mi ricordavo il cognome. Per cui ho ritrovato una mia radice: mi ha riportato alla mente gli stati d’animo e le amicizie legate a quel posto in montagna.

Cosa si beveva in casa tua quand’eri bambino?

Mi ricordo che a quei tempi in casa mia si beveva tè giapponese ma anche caffè latte e tè inglese, in quanto mio nonno e mio zio, fratello di mia madre avevano studiato in Inghilterra. Lo zio, tra l’altro, era un ingegnere aeronautico della Mitsubishi e aveva contribuito al caccia Zero, famoso nella Seconda guerra mondiale. Mia madre beveva un tè nero francese, di una catena parigina, era il suo preferito.

Il tuo infuso preferito, invece, qual è?

Nove volte su dieci bevo l’Earl Grey, con un po’ di latte. Perché l’Earl Grey? Beh, il tè lo bevevo anche prima di andare in Inghilterra. A Cambridge cominciai a bere tè inglese, più forte.

Mi ricordo un episodio a Tunbridge Wells, poco fuori Londra, dove per un anno vissi in homestay in casa di un signore inglese. La moglie, irlandese, metteva dell’acqua bollente nel suo tè perché l’infuso che doveva fare per il marito era troppo forte per lei. Lo era pure per me e allora mi facevo mettere dell’acqua calda anche nella mia mug.

La concentrazione del tè è fondamentale: non va bene se l’infuso è solo acqua colorata, così come non va bene il tè troppo forte

E, dunque, qual è la concentrazione giusta?

Dovrebbe essere tale per cui vedi con difficoltà il cucchiaino immerso nella tazza, ma non dovrebbe essere tanto forte da impedirti di vedere il cucchiaino.

Una definizione sottile come una parabola zen. Tra i marchi di tè, quali prediligi?

Mi piace Fortnum and Mason ma spesso bevo il tè che c’è: Twinings o peggio… Ci sono persone che dicono: se non è quello di Harrods non bevo! Secondo me, nel tè come nel cibo, è sbagliato essere troppo esigenti.

Cosa ne pensi del tè in bustine?

Io sono contrario alle bustine però per motivi di praticità ogni tanto le uso. In questo momento sono fortunato: ho una grande scorta di Earl Grey e quindi uso un cucchiaio infusore per preparare il tè. La bustina è anche un po’ uno spreco perché non riesci a fare infusioni multiple.

D’estate, in ufficio, offrivi ai tuoi collaboratori del tè freddo giapponese molto rinfrescante. Mi sfugge il suo nome…

Era un mugicha (麦茶), tè d’orzo. Mettevo delle bustine di carta in una brocca, versavo dell’acqua fredda, chiudevo e riponevo in frigo per 1–3 ore. È una bevanda molto comune ed economica in Giappone d’estate. Si gusta senza zucchero e senza latte. Oltre al mugicha, i giapponesi bevono kenryokucha, kenkōbicha e altri infusi di erbe che servono per depurarsi, dimagrire ecc.

Io in questi ultimi anni bevo soprattutto l’Earl Grey. Una volta a settimana mi preparo hōjicha (ほうじ茶) che è un tè arrostito e mi permette di dormire perché non contiene caffeina. Bevo raramente invece il tè verde chiamato ryokucha (緑茶). Mi trovo meglio con l’hōjicha.

Le foglie tostate del tè hojicha. Foto by Jurga Po Alessi, per Prima Infusione Tea Blog
Le foglie tostate del tè hōjicha. Foto by Jurga Po Alessi.

Il miglior l’Earl Grey che tu abbia mai assaggiato?

Ti sembrerà incredibile ma il tè migliore che io abbia mai bevuto non è stato né a Londra né in India ma… a Bologna. Ero ospite dell’amministratore delegato dell’azienda con cui lavoravo.

Una mattina delle persone dello Sri Lanka mi hanno offerto una tazza di tè. Non era niente di speciale, non saprei neanche dirti se era un Earl Grey o meno, ma questo tè era delizioso senza essere né forte né debole.

Non era una questione di concentrazione perché l’infuso era abbastanza trasparente, eppure era buonissimo. È che non so il nome di questo tè né com’era fatto.

Hai dedicato molti anni di lavoro alla divulgazione, in Italia, delle best practice giapponesi, soprattutto del settore ferroviario. Come riassumi l’importanza dell’eccellenza? P. S. La mia domanda prende spunto da questo video, che trovo poesia pura e che racconta l’eccellenza giapponese nel fare i frullini di bambù chiamati chasen.

L’aspetto che tu chiami poetico o di eccellenza è un’ottima associazione perché la poesia, se non è eccellente, non è poesia. Tutto ciò che è eccellente, giapponese o italiano che sia, lo dovremmo studiare, percepire, interiorizzare perché ci rende migliori. L’artigianato è forse una delle vie che portano rapidamente al primato dell’eccellenza. Un artigiano non eccellente non trova lavoro, non trova clienti e di conseguenza fallisce.

Per definizione, un artigiano, se c’è e continua ad esserci, è bravo.

Mentre ci sono persone che lavorano nelle scuole, negli ospedali, ma soprattutto negli uffici, che non sono eccellenti però continuano a lavorare e non falliscono perché dietro c’è l’azienda. Nell’artigianato trovi meno filtro tra la tua capacità e la valutazione sociale ed economica che ricevi.

Come c’entra questo discorso con il tè? Nel tè come nell’artigianato, l’eccellenza è riconosciuta e regolamentata dalla disciplina all’interno della quale si colloca. Ed è questa la creatività di cui parla Mihaly Csikszentmihalyi in Creativity, libro di cui consiglio la lettura.

Creativity: Flow and the Psychology of Discovery and Invention by Mihaly Csikszentmihalyi
La copertina del libro di Mihaly Csikszentmihalyi, Creativity: Flow and the Psychology of Discovery and Invention.

Se ci fosse un tè solo al mondo, non avrebbe una cassa di amplificazione, una gamma di altri prodotti con cui confrontarsi e quindi sarebbe difficile valutarlo. Così come sarebbe difficile valutare un dottore se non ce ne fossero altri. Prendiamo, per esempio, il tè Earl Grey: ha circa 200 anni ed era bevuto da un certo conte Grey. Ma sarai tu, Jurga, in quanto conoscitrice di tè, a dirmi e a spiegare al pubblico l’origine dei vari tè e come è possibile l’innovazione nel campo del tè. Ci sono nuovi tè negli ultimi vent’anni? C’è una fiera dei nuovi tè?

Dunque, vediamo. Una delle novità più curiose è il tè viola, attualmente prodotto nel Kenya e nello Yunnan, in Cina. Ma forse ancora più innovativo è il tè scozzese: si tratta di una qualità prodotta nelle Highlands, il Dalreoch Estate Smoked White Tea, che all’edizione 2015 del Salon du Thé di Parigi si è aggiudicata il prestigioso Gold Award. Poi c’è il wakōcha, tè nero giapponese che fino a 5 anni fa non esisteva nemmeno nel vocabolario dei tealover. Per quanto riguarda invece le fiere, proprio quest’anno a Bologna è stato inaugurato In Tè, il primo festival italiano interamente dedicato al tè.

Mi meraviglia che ci siano tè in Scozia!

Parlami della cerimonia giapponese del tè, Cha No Yu. Quali sono i concetti più importanti che ti vengono alla mente?

L’anno scorso ho fatto una conferenza sull’estetica del quotidiano in Giappone. Il tentativo di molti autori e pensatori giapponesi di inserire l’elemento estetico nella quotidianità ha avuto pieno successo nel caso del tè. Sen no Rikyū e, prima ancora, i suoi maestri crearono scuole, pensieri, filosofie e rituali per tramandare invariato nel corso del tempo la disciplina del godimento del tè.

Il Cha No Yu, però, non è solo il godimento del tè, ma anche una forma di gerarchia sociale in cui il maestro della cerimonia funge da catalizzatore per rapporti tra i partecipanti. Spetta a lui a indirizzare la conversazione e quindi la consapevolezza degli ospiti verso i sentimenti di pace, di benessere, di famigliarità e amicizia, invece che di guerra, conflitto e odio.

In un certo senso, stiamo parlando della phronesis di Aristotele, cioè sapere il bene comune e agire per raggiungerlo. Anche se Rikyū non può essere sospettato di essere aristotelico perché non credo abbia letto L’etica nicomachea di Aristotele o Platone o altri filosofi occidentali…

Cha No Yu è la pausa dal potere. Il fatto che nella cerimonia del tè anche i samurai più altolocati quali Hideyoshi piuttosto che Tokugawa dovessero riporre le spade, le pistole, i coltelli e altre armi, prima di entrare nella stanza del tè, creava un ambiente psicologico, se vuoi artificiale, dettato dalla cerimonia.

Questo “intervallo pacifista” durava solo la cerimonia del tè, che poteva essere lunga parecchie ore, ed era una specie di ritiro spirituale dal flusso del tempo dedicato alla guerra, al governo, al potere. Nel Cha No Yu il potere, the power, trovava la tregua perché il maestro diventava il capo, persino quando uno dei partecipanti era shōgun. Il rapporto tra potere e tè viene discusso in maniera più approfondita nel libro Bonds of Civility di Ikegami Eiko.

Immagine tratta dalla pagina 238 del libro
“Il Cha No Yu cui assistiamo ora, che dura da 10 minuti a un’ora, è la versione abbreviata di quella lunga che comprendeva anche un pasto”, sottolinea il prof. Inumaru. L’immagine qui sopra è tratta dal libro “Our journey around the world; an illustrated record of a year’s travel of forty thousand miles” (1894). Courtesy: The Commons, Flickr.

Poi c’è il concetto di uguaglianza. Poiché durante la cerimonia la gerarchia viene, se non dimenticata, stemperata, tutti hanno la stessa considerazione: un giovane rispetto ad un anziano, una donna rispetto ad un uomo, un non samurai rispetto ad un samurai. Tutti bevono tè e mangiano insieme agli altri. È una pausa importante. Qui troviamo paralleli con il carnevale, dove la gerarchia sociale si inverte e coloro che sono in punto più basso della scala sociale diventano i più importanti; oppure con le feste americane quali Halloween, dove i bambini diventano più potenti degli adulti.

Ma ti immagini dire “Scherzetto o dolcetto” ad uno shōgun?!

Shogun Hitotsubashi Yoshinobu. Courtesy: The Commons, Flickr.
Shōgun Hitotsubashi Yoshinobu. Courtesy: The Commons, Flickr.

Il tè è potente. È un medium di una realtà che travalica sul potere costituito politico e militare e, tramite l’annullamento della gerarchia, rende per poco tempo una società diversa da quella che è normalmente.

Quello della cerimonia è un tempo sacro, ha uno scorrere diverso rispetto al tempo normale. Qui potremmo approfondire un po’ parlando di Purity and Danger di Mary Douglas, che è un libro che consiglio di leggere, o di tante altre considerazioni antropologiche sullo scorrere del tempo sacro e di quello profano.

Qualcuno potrebbe dire: ma anche caffè è così! Io risponderei: il caffè è meno nobile…

Perché il Cha No Yu esercita così tanto fascino, quasi un incanto, su di noi occidentali?

Perché tutti – in tutte le cerimonie, compresa la messa cristiana – riusciamo a identificare simbolicamente i momenti in cui lo scorrere del tempo cambia. Il Cha No Yu non ha niente di religioso ma viene riconosciuto come cerimonia anche da persone piuttosto impreparate, che non sanno niente del Giappone. Così come un aborigeno australiano nei confronti di Michelangelo è tuttavia in grado di riconoscere l’elemento di eccellenza estetica.

Il Cha No Yu può essere ritenuto parte della cultura e della civilizzazione umana, non solo giapponese. Se ci fosse un catalogo del World Heritage dedicato alle cerimonie, forse quella del tè potrebbe entrarci.

Se ti fosse chiesto di fare una TED talk sul tè, di quale aspetto vorresti parlare?

Direi innanzitutto che non sono preparato a parlare di tè, preferirei parlare di business etico. Secondo, se proprio devo, parlerei di due aspetti della cerimonia del tè. Uno, della bellezza dei gesti. Nel Cha No Yu, non solo il maestro ma anche i partecipanti devono conformarsi a una pulizia dei gesti, inclusa la posizione del corpo: come ci si siede, come ci si veste, come si muovono le mani, come si guarda, come si atteggia la faccia.

Quando parlo di estetica intendo dire non solo i gesti, la posizione delle mani che il maestro del tè assume nel preparare il tè verde, ocha o tateru, ma anche l’essenzialità dei movimenti e l’aspetto estetico di questi.

Una volta in un ristorante a Tokyo ho visto una cameriera che usava gli hashi per servire lo shabu shabu. Il modo in cui questa donna serviva e poi con la mano sinistra tratteneva l’orlo del kimono perché non cadesse nella pentola erano tutti molto aggraziati e degni di un film.

Nel Cha No Yu, la raffinatezza dei movimenti del corpo, delle mani, degli occhi, della voce, del tono sono aspetti fondamentali. Sen no Rikyū e i suoi successori sono stati bravi nell’inserire la cerimonia del tè non una volta l’anno, tipo a Natale o a Pasqua, ma anche una volta al giorno se te lo puoi permettere. Cioè se puoi permetterti di avere non solo il tempo ma anche l’atteggiamento psicologico interno per fare il maestro del tè. È questo l’aspetto estetico che intendo.

Non è il fatto di avere 50 tonnellate di tè quello che ti rende maestro, ma soprattutto di come tu immagini il tempo interiore che scorre durante la cerimonia del tè.

Il secondo aspetto di cui parlerei è quello dell’eguaglianza sociale. La cerimonia del tè è caratterizzata da una dinamica sociale che è l’interazione tra il maestro e gli ospiti oppure tra gli ospiti stessi. Se si riesce a dimenticare la gerarchia, a parlare in maniera informale e piacevole per tutti, allora la cerimonia è riuscita. Il maestro è dunque anche un leader, che dovrebbe far parlare o comunque partecipare tutti, escluso nessuno.

Ricordami per favore la parola giapponese per ospitalità.

Omotenashi?

Ah, ecco, giusto! Credo di essermi imbattuta in questo concetto sfogliando Everyday Aesthetics di Yuriko Saito, quando si parla della sensibilità morale che accompagna l’aspetto estetico della cerimonia del tè. Cito:

“The almost excessive fussiness involved in the host’s preparation for the ceremony is not for its own sake, but is guided by the host’s desire to please the guests.”

Si potrebbe scrivere un libro intero sul rapporto tra omotenashi e tè. Ma l’omotenashi non è legato solo al tè: è legato al concetto di ospitalità, di fornire servizi. Faccio un esempio: se vai all’anagrafe del tuo comune, l’impiegato dello sportello può darti l’omotenashi o meno nel farti il certificato che chiedi. Cioè il certificato te lo dà perché è la sede istituzionale per fare certificati, qui l’omotenashi non c’entra. C’entra, invece, quando quel impiegato si mette nei tuoi panni e capisce le tue perplessità nel chiedere quel documento oppure percepisce i tuoi bisogni oltre il documento stesso.

Uno screenshot della ricerca su Google images per le parole chiave "Japanese omotenashi".
Uno screenshot della ricerca su Google images per le parole chiave “Japanese omotenashi”.

Nel Cha No Yu, l’omotenashi è fondamentale. Perché se il padrone non è nell’atteggiamento di sviluppare l’omotenashi nei confronti degli ospiti, primo, è inutile che faccia la cerimonia, può bere il tè da solo. Secondo, se tu vai come ospite, non ti trovi bene. È come andare in un ristorante dove ti servono male e allora dici: ah, mai più in questo ristorante!

Il maestro non è mai onnipotente: è limitato dalla reazione che i suoi ospiti hanno dal fatto di aver partecipato.

Ci sono, infatti, maestri di successo da cui tutti vorrebbero essere invitati, e altri invece che non sono bravi. Ovvero, magari sono bravi a fare la cerimonia ma non sono psicologicamente attrezzati per capire i desideri, le aspirazioni e le condizioni psicologiche degli ospiti: sanno servire bene ma non sanno ascoltare bene, non sanno far parlare bene.

La “pausa pacifista”, come hai definito tu la cerimonia del tè, mi ha fatto venire alla mente quelle meditazioni collettive che, dicono i sostenitori dell’effetto Maharishi, hanno il potere di cambiare la nostra consapevolezza collettiva, sebbene per poco tempo…

Recentemente ho letto un articolo in cui si parlava di un nuovo campo di ricerca, ed è l’effetto delle associazioni volontaristiche di pulizie sulla sicurezza sociale nelle grandi città.

Se ci sono i volontari che tengono in ordine un prato, una piazza o puliscono le strade quando nevica, il tasso di criminalità in poco tempo scende addirittura del 50 per cento.

Queste associazioni, che non hanno altro fine oltre a quello di pulire, in realtà fanno un’opera di regolamentazione sociale. La coesione collettiva si avvale dunque non solo della cerimonia del tè ma anche di queste cose. Nel mio discorso sulla etica, il volontariato e la ricerca del profitto comune inteso come bene comune, sono fondamentali.

Grazie, caro Kazuo, per le tue preziose parole e per un’intervista ricca di contenuti.


Alcuni link utili tratti dall’intervista

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