Alessandra Rovetta, intervista per la rubrica 365 tealovers. Foto di Jurga Po Alessi

Interview with the tealover: Alessandra Rovetta

Essere una tealover, personalmente, è come un gioco che mi entusiasma e mi diverte.

Ha un sorriso e uno sguardo di chi vede la bellezza nelle piccole cose del quotidiano. Sa raccontare i tea-time e sedurre i palati con le sue tea recipes come se fosse un’ambasciatrice segreta della duchessa di Bedford. Non ha un blog sul tè ma il suo Instagram ne vale dieci. Alessandra Rovetta è, per me, la tealover per eccellenza. Ci siamo viste 2 volte: la prima risale al febbraio del lontano 2014, quando venne in boutique a ritirare il premio di un concorso organizzato sulla pagina Facebook di Arte del Ricevere – il concorso della più bella love tea poem (il testo, però, mi sfugge completamente, ho solo il ricordo del nome del poeta, Robert, ma non so se era Browning o Frost…); la seconda, a un recentissimo pomeriggio di agosto 2017 passato in compagnia di Elisa e Alessandra a degustare gli oolong cinesi, gli shincha giapponesi e i fireweed lituani… Questa intervista è un piccolo omaggio alla nostra tea friendship.


L’intervista

Raccontaci brevemente di te e cosa fai nella vita. 

Hai detto bene cara Jurga: sono una tealover che ambisce però “all’etichetta” di tea connoisseur. Ora se mai mi si addice di più quella di smemorata perché, non ti nascondo, che la mia memoria vacilla e non ricordo la poesia con la quale vinsi quel concorso. Ma sai che conservo ancora la scatolina contenente le mini tea cake a forma di cuore, oggetto del premio? Però ricordo – anche se sono ricordi a briglia sciolta – la magia che respirai in boutique, e il tuo muoverti delicato e preciso, come una fata intenta a preparare tè-incantesimi e a scattare foto. E oggi sono la stessa che, allora, incontrasti in Arte del Ricevere: sempre con quell’entusiasmo nell’apprendere qualcosa di nuovo in campo teino. Sicuramente più consapevole della mia passione, più preparata da un punto di vista tecnico, anche se ho ancora tantissimo da imparare.

“Tea first, then everything else. #teacommandment no. 2”. Foto di Alessandra Rovetta.

Essere una tealover, personalmente, è come un gioco che mi entusiasma e mi diverte, anche se attualmente non ho uno spazio mio in cui cimentarmi nella condivisione di questa mia passione se non la piattaforma di Instagram quale mezzo per esprimerla. A casa, dove riesco a dedicarmici con più calma, tengo i miei scrigni, i miei angoli a tema: la dispensa dove sono riposte mille scatoline, gli strumenti per la degustazione, i testi di riferimento per approfondire la materia. Anche in ufficio mi sono ritagliata un angolo tutto mio dove ripongo i miei tè ai quali attingere nel corso della giornata.

Attualmente lavoro a Milano per una società di costruzioni; impresa che ha contribuito a cambiare lo skyline del capoluogo lombardo; ma che sia l’avveniristico spire della Torre Cesar Pelli o le guglie secolari del Duomo, dalle altezze che dominano la città e su cui mi affaccio ogni giorno, mi faccio spazio io, con i miei sogni che tengo al caldo con svariate corroboranti tazze di tè giornaliere. Sogni che hanno il sapore delle tea room nonché degli afternoon tea inglesi.

Sei stata tu ad avvicinarti al mondo del tè o esso a venire da te?

Sai quando ti appassioni a qualcosa e quella cosa è talmente giusta – predestinata?! – che il cosmo poi ti viene incontro di riflesso? Ecco credo sia andata così: un po’ come Maometto che si incammina e va alla montagna e la stessa montagna che si avvicina per rendergli il viaggio più agevole.

Comunque i primi tea memories li associo inevitabilmente all’infanzia, a quando ero malata e il mio nutrimento verteva sulla combo tè Infré (allora un brand molto diffuso) & biscotti Plasmon. Dall’acerba adolescenza ho un ricordo ancor più sgradevole: congestione causata da tè alla pesca ghiacciato, di quelli che si preparavano con le buste istantanee, allora di gran moda; da quell’episodio puoi capire la mia totale avversione verso questo liquido marrone. Avversione che magicamente si è disciolta, perché ho cominciato a bere egregie quantità di tè verde, quando tra l’altro, ancora in tempi non sospetti, non era diffusa questa concezione di “elisir” (scelta semplicemente motivata dal fatto che il tè verde aveva un sapore meno invasivo rispetto a quello nero). Perfetto per scaldarmi durante le ore di studio, abitudine mantenuta anche durante i weekend e le sere d’inverno. Di vitale importanza durante le prolungate ore di studio ai tempi dell’università, soprattutto durante l’anno accademico trascorso in Inghilterra. È qui che ho scoperto quanto il tè avesse una valenza culturale e sociale; è qui che ho scoperto il mondo di Starbucks, delle tea room. E il bollitore!

Poi un giorno, per caso, alla serenidipity, mi sono imbattuta nella ricetta dell’Indian Chai e, quale amante delle spezie, intrigata da questo tripudio di profumi e sapori, decisi di replicarla. Solo che non potevo utilizzare le classiche bustine così all’erboristeria del mio paesello ho chiesto un tè nero sfuso. Va da sé che non trovai nulla e così andai nel negozio di Kusmi qui a Milano, nella splendida cornice di Brera (di cui ignoravo fino ad allora l’esistenza).

È qui che il destino pare abbia voluto che quel giorno incontrassi Elisa, in boutique per un cambio turno dell’ultimo minuto. Perché da allora non ci siamo più separate e grazie a lei ho scoperto questo mondo di cui ignoravo l’esistenza e che nessuno da fuori, davvero, può immaginare. È in quel preciso istante che sono diventata consapevolmente una tealover!

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Elisa e Alessandra, tea friends & partners in crime. L’amicizia si estende anche al virtuale: Alessandra collabora al tea blog fondato e curato da Elisa, Il Bollitore, dove condivide le sue tea-time reviews, ricette con il tè e quant’altro. Foto di Jurga Po Alessi.

Cosa significa essere una tealover in Italia?

L’aspetto positivo è che si è ancora in pochi ad esserlo, quindi un tealover è come se avesse ricevuto una sorta di investitura, la cui missione è quella di divulgare il verbo che, in Italia, sta facendosi piano piano conoscere. Perché quello che fai ha il sapore della novità, dell’esotico, dell’innovazione ed è più facile stimolare la curiosità e ottenere il consenso, è più facile esercitare un certo fascino, perché sconosciuto o appena conosciuto. Penso al ventaglio di scelta dei blog tematici italiani: numericamente pochi ma ben curati, il “mercato” non è saturo, c’è posto per chi vuole portare il proprio punto di vista, il proprio approccio. L’eventuale aspetto negativo è che ora, chi lo diventa, chi si avvicina al mondo del tè, potrebbe essere spinto più da una moda, che da uno spontaneo approfondimento della materia. Ma in fondo va bene così, da qualche parte bisogna cominciare e non c’è un modo giusto per diventare tealover, no?!

È un mondo che, una volta che hai capito c’è dell’altro, non puoi non fare a meno di non allargare i tuoi orizzonti quindi penso che un tealover in Italia, oggi, lo sia in modo autentico.

Tuttavia la nostra cultura, basata più sull’apprezzamento del vino e del caffè, ti porta inevitabilmente a scontrarti con una realtà che a malapena riesce a non pensare al tè come rimedio curativo. Un tealover deve ancora appoggiarsi in maniera quasi esclusiva ai canali stranieri (siti di informazione, shop online, tea shop), quindi essere tealover in Italia significa in un certo senso appartenere ad una cerchia di eletti, molto fitta tra l’altro, se ti ci addentri. Me ne rendo conto quando partecipo ad eventi in tema, l’ultimo il Festival del Tè a Bologna, e mi sorprendo nel constatare quante persone nutrano questa passione, e soprattutto quanto siano preparati, non solo tecnicamente ma anche come profondi conoscitori della cultura dei paesi “fondatori” come la Cina e il Giappone. Però, se ti allontani da questa nicchia, ripiombi in un certo sconforto, lo ammetto. Tempo al tempo perché non è facile cambiare il mindset degli italiani. Ripeto, meglio essere pionieri che epigoni.

Hai vissuto, studiato e girato il Regno Unito. I due paesi, UK e l’Italia, sono davvero tanto diversi dal punto di vista teino? E se lo sono, tali differenze si stanno attenuando, rispetto a cinque o a dieci anni fa?

Sì, diversi lo sono ancora. E molto! Le bevande calde sono l’unico denominatore comune di aggregazione sociale, ma noi abbiamo il caffè, loro il tè; noi i bar, loro le tea room e le dining room dei grandi alberghi. Un divario legato sicuramente alle rispettive diversità culturali, sociali, geografiche, e storiche. Tendenzialmente noi italiani siamo più aperti perché, poco alla volta, ci stiamo avvicinando alle loro abitudini, vedasi anche l’apertura di tea shop (ahimè per ora dislocati solo nelle medie e grandi città) mentre gli inglesi sono ancora abbastanza restii a conformarsi al nostro. Penso al caffè, ad esempio; secondo loro è ciò che per noi non è altro che caffè istantaneo, consumato in quantità industriali, ovvero in capienti mug. Penso anche al classico cappuccino, da noi consumato la mattina con una brioche, loro accompagnano pranzo e cena con scodelle di caffè e latte.

E ammettiamolo, gli inglesi una buona tazza di tè non sanno prepararla, se poi pensiamo a tutto quell’annacquamento di latte. Ma hanno un grande, grandissimo merito: quello di aver creato e perpetuato una tradizione. Per loro il bollitore è un oggetto essenziale dell’homeware casalingo, dotazione obbligatoria in ufficio e nelle stanze d’albergo. Per non parlare dell’afternoon tea.

In Italia, anche presso gli hotel più lussuosi, seppur siano hôtellerie internazionali, fai molta fatica a trovare una struttura che offra il tè del pomeriggio in chiave inglese (portate sia dolci che salate), e se lo propongono, o è in determinati periodi dell’anno (tipicamente il periodo eletto è quello natalizio) o, sono convinta, lo facciano più per soddisfare la clientela giapponese e coreana, mentre a Londra o nel piccolo villaggio del Lake District hai un’infinita scelta, e per tutte le tasche. E senza per forza spostarsi fisicamente nella terra di Albione: leggi un libro di un qualsiasi scrittore inglese, guarda un video musicale o un film di un regista britannico: scene che girano intorno al tè si sprecano. È uno stile di vita. È essere autenticamente inglesi. E questo mi ha sempre affascinato.

A proposito dell’eterno dilemma “milk or tea first”, tu che dici?

Io dico plain ma se latte deve essere, tea first. Ovviamente latte solo a correzione di tè neri. Immancabile invece nel Chai Tea Latte. Ah, eresia assoluta l’aggiunta di limone.

“Sir, I don’t count your glasses of wine, why should you number up my cups of tea”, disse in un’occasione Samuel Johnson, celebre letterato britannico del Settecento e accanito tealover. E comunque: quante tazze di tè al giorno bevi?

Celebri le parole di Samuel Johnson che, pare, trovino riscontro proprio in una sua dichiarazione “Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita”. Come non essere d’accordo? Se poi consideriamo il fatto che era un grande estimatore di tè, non può che incontrare la mia più totale approvazione su ogni fronte. Personalmente, la mia media giornaliera infrasettimanale è di 4 tazze; media che si alza durante il weekend in cui ho più libertà di manovra e flessibilità di orari.

Chi o cosa rende un tea-time perfetto?

Sicuramente il perfetto tea-time è quello in cui il tempo non è scandito dalla fretta; è quello in cui nessun orologio incalza l’avanzare dei minuti. Il tempo ti permette tante cose, anche di scoprire che un certo tipo tè, in fondo… is not your cup of tea!

I tuoi top #5 infusi di tutti i tempi? E i top #5 luoghi per il tea-time?

  1. Per quanto riguarda gli infusi al primo posto senza dubbio l’Earl Grey che preparo iced anche in estate; adoro questo mélange ivi comprese le sue varianti (French Earl Grey, Crêpe Earl Grey…).
  2. A seguire lo champagne dei tè, ovvero il Darjeeling.
  3. E il Milan Xiang Osmanthus, un oolong con fiori di osmanto. Per chi non lo sapesse è un fiore profumatissimo, molto diffuso in Cina, che sboccia proprio in autunno; ho recentemente comprato una piccola pianta ma per apprezzarne il suo intenso profumo consiglio una visita a giardini del Vittoriale di D’Annunzio, tappa che mi ha ispirato nella ricerca di questo tè.
  4. Non può assolutamente mancare il Rouge d’Automne: anche se tecnicamente non è un tè, questo rooibos lo ricompro spesso, grazie ad un’amica che me l’ha fatto scoprire portandomelo da Parigi … sarà anche perché l’autunno è la mia stagione preferita?!
  5. Last but non least non può mancare un verde: il mio preferito è il Genmaicha anche se in realtà questa posizione se la gioca a pari merito con il Karigane, e… anche l’Hojicha.

Per quanto riguarda la top five list dei luoghi – posso aggiungere del cuore? – per un tea-time, al primo posto…

  1. Di Viole Di Liquirizia, un piccolo localino nel cuore di Brera e nel mio, visto che è qui che ha avuto ufficialmente inizio, davanti ad un tè e un cupcake, un sodalizio che si è trasformato in una splendida amicizia.
  2. Il Dorchester Hotel di Londra, in assoluto il miglior afternoon tea (complice sarà stata la Vigilia di Natale, la squisita compagnia, e il cerimoniale di preparazione che ne seguii?).
  3. Palazzo Parigi a Milano perché è stato il primo afternoon tea italico, condiviso con una partner in crime d’eccellenza.
  4. Forsyth’s Tea Room a Edimburgo, un’isola felice in una città magica, scoperta per caso, gestita da una lady dalla chioma color lilla che sforna deliziose torte.
  5. Lo Stafford Hotel di Londra perché è qui che ho avuto il piacere di condividere il mio primo vero afternoon tea all’inglese.

Menzione a parte: casa. Dovunque essa sia, perché casa è dove uno si sente meglio, e quindi qualsiasi luogo in cui, con una tazza di tè fra le mani, ti senti in pace con il mondo. Un Rabbit Hole, per esempio… insomma, quei luoghi in cui, come in Alice nel Paese delle Meraviglie ci si chiede “Quanto tempo è per sempre?” “A volte solo un secondo”, ma appunto, luoghi in cui un secondo può bastare perché dura per sempre.

“Books, quotes and poems”, hai scritto qualche tempo fa sul tuo profilo Instagram. Tra i molti libri sul tè che hai letto, quali sono state le letture più illuminanti? Segui delle riviste, online o cartacee?

La lettura più illuminante è stata sicuramente la prima, ovvero Oro Verde. La straordinaria storia del Tè, di Alan e Iris MacFarlane; libro suggerito da Elisa e comprato nel luogo in cui ti aspetti di trovare tutto tranne che libri sul tè. Nascosto tra gli altri volumi, ricoperto di polvere, in uno nei department store in cui il luccichio della moda distoglie da certe letture. Eppure era lì, evidentemente per farsi trovare dalla sottoscritta.

Tea-spiration: Inspirational Words for Tea Lovers, book by Lu Ann Pannunzio
La copertina del libro Tea-spiration, di Lu Ann Pannunzio.

Un altro libro che spesso mi ritrovo a sfogliare è “Tea-spiration”, di Lu Ann Pannunzio, una dolcissima ragazza canadese ma di origini italiane che non ha preteso di scrivere un prontuario super tecnico o una guida sofisticata, piuttosto è una coccola pocket size che scalda come una tazza di tè ma fornisce soprattutto quelle chiavi di lettura nonché spunti riflessivi del come e del perché concedersi una tazza di tè. Con consapevolezza, e come ci si merita. Forse possono sembrare concetti scontati ma proprio per quello ci sfuggono. Se il tè è meditazione, questo libro ne è complemento ma in chiave moderna, senza pretese, ma che adempie appieno alla sua missione.

Seguo naturalmente delle riviste sia cartacee che online: in Italia, una su tutte (e forse l’unica) Fogli di Tè: rigorosamente da stampare, leggere e conservare: i ragazzi del team offrono letture altamente interessanti e approfondite lasciando al lettore un certo appetito nell’approfondire il tema, se di particolare interesse, in propria autonomia. Consulto invece online la rivista americana Tea Time Magazine. Poi ci sono tanti blog, sia italiani ma per lo più stranieri in cui è un piacere perdersi (letteralmente!) nella lettura dei loro post: un modo divertente e pratico per imparare qualcosa di nuovo ed essere sul pezzo.

Ah, la caption del profilo l’ho poi aggiornata 😉

La tua tea quote preferita?

Ce ne sono diverse ma quella che secondo me può collocarsi sopra tutte è quella del Reverendo Sydney Smith:

What would the world do without tea? How would it exist? I am glad I was not born before tea.

Tea sommelier: è una professione utile e attuale in Italia? Che caratteristiche dovrebbe avere?

È una professione che sta prendendo piede. Attuale? Direi di no, in quanto i tempi non sono ancora maturi e sarà una professione PIÙ che utile quando questi [tempi] lo saranno. Chi frequenta i corsi di sommelier in Italia lo fa per scopo tendenzialmente personale, legato sicuramente anche ad un’attività, ad una professione che si intende avviare o e intraprendere ma il cui sbocco è ancora, ahimè, contenuto. Il tea sommelier dovrebbe essere un consulente a 360°. A meno che non si lavori nel laboratorio di una tea farm (realtà non fattibile in Italia), a mio avviso dovrebbe essere una figura poliedrica che si occupa non solo di degustazioni in sala ma anche di fornire consulenza in diversi ambiti, da quello storico a quello gastronomico.

Per me un tea sommelier, dovrebbe quanto più avvicinarsi alla figura di Jane Pettigrew, tea guru che un giorno spero di incontrare, magari condividendo con lei le mie tea room review (per ora mi limito a leggere i suoi libri e a sfornare la sua famosa lemon cake).

Con quale (quali) di queste celebriteas vorresti passare l’ora del tè e perché? Chi aggiungeresti alla tua wishlist?

Assolutamente Her Majesty The Queen e Hugh Grant! La motivazione? Beh innanzitutto perché entrambe sono celebriteas inglesi. Credo che, con la prima, sarebbe un incontro surreale ma bello (giusto per citare una battuta dal film Notting Hill, in cui recita proprio Hugh Grant, ed è uno dei miei film preferiti), oltre che esclusivo, nonché l’occasione per chiederle la cittadinanza onoraria. Quanto a Hugh Grant è indiscutibilmente uno dei miei attori preferiti, e vuoi non farti invitare per tazza di tè? Magari “at the Ritz”*, visto che come location mi manca, e sarebbe l’occasione perfetta. Aggiungerei senz’altro Jane Austen e/o una delle sue eroine (Elizabeth Bennet, o le sorelle Dashwood, per citarne alcune) e Jane Pettigrew.

* Altra battuta tratta dal film Notting Hill.

Se, invece, tu avessi la possibilità di scambiare due parole con George Orwell, la duchessa di Bedford e il CEO di Starbucks Howard Schultz, cosa chiederesti a loro?

Ad Orwell chiederei:

“Alla luce dell’evoluzione del consumo di tè, rivedrebbe solo alcuni o tutti i suoi eleven outstanding point che definisco una nice cup of tea?”

Con Schultz indagherei la nascita del suo brillante business e se l’idea di diffondere il consumo di caffè ad un bacino di consumatori più ampio sia legato in qualche modo al (mito del) caffè italiano. Perché di sicuro qui lo zampino di noi italiani c’è anche se, paradossalmente, è uno dei pochi paesi al mondo, il nostro, dove questa tipologia di caffetteria non ha preso piede. Lo sarà ma bisognerà aspettare ancora un po’ la prima apertura in Italia… che poi la formula Starbucks, a prescindere dalla qualità e dalla modalità di tè e caffè serviti, pur nella sua semplicità è vincente e all’avanguardia.

Non posso negare che la cosa che più mi ha colpito ai tempi della mia permanenza inglese è il poter sostare a oltranza in questi locali: da noi, appena terminata la consumazione ti fanno capire, e anche abbastanza esplicitamene, che devi abbandonare il tavolo.

Ad Anna, duchessa di Bedford, chiederei un invito alla sua magione per assaggiare uno dei suoi celeberrimi “spuntini”: essere in compagnia della creatrice del tè del pomeriggio, meglio conosciuto oggi come afternoon tea, beh sarebbe più che un onore. Lo è stato tuttavia assaggiare un mélange strepitoso composto da 150 ingredienti, creato dal Tea Master Blender Alex Probyn per celebrare i 150 anni del Langham Hotel, a Londra, dove ufficialmente è nata la tradizione dell’afternoon tea.

Afternoon Tea at the Langham Hotel, foto Instagram di Alessandra Rovetta
Il tè del pomeriggio al Langham Hotel, Londra. Foto di Alessandra Rovetta.

I tuoi tea-things indispensabili?

Bollitore, tazza, filtri di carta, teiera, cucchiaino dosatore… tutto è indispensabile. Però sai cosa ho trovato da Fortnum & Mason giorni fa? Una scatolina di latta, con un’apertura particolare, direi inconsueta, per contenere qualche filtro di tè homemade da portarsi appresso perché, si sa, qual è il triste destino di un tealover che consuma in un bar e si vede arrivare la tazzina formato mignon… non puoi che sorridere (per non piangere).

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Courtesy Alessandra Rovetta.

Insomma, come dice l’attrice Helen Mirren “I take my tea bag wherever I go”. Quindi “mai più senza” un contenitore prêt-à-porter!

Qualche consiglio o #teacommandment da regalare ai nostri lettori tealover?

Sharing is caring. Che poi vale non solo per il tè, ma anche nella vita, no?! ^_^

Definitely yes, cara Alessandra. Grazie per l’intervista e per le risposte tanto illuminanti quanto tea-spiring!


Alcuni link utili tratti dall’intervista

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